Il lutto prenatale e perinatale: quando la vita si scontra con la morte

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“La perdita di una persona amata è una delle esperienze più traumatiche e intensamente dolorose. Chi subisce una perdita può essere confortato solo dal ritorno del proprio caro e qualunque altro tentativo di consolazione viene vissuto come un insulto” (Bowlby, 1983).

Questa citazione ci permette di comprendere in modo istantaneo la portata emotiva dell’esperienza di un lutto e di soffermarci su due aspetti molto importanti: il vissuto di disperazione che si prova e la delicatezza del percorso di elaborazione e superamento del lutto stesso.

 

 

Il lutto prenatale e perinatale – che corrispondono rispettivamente alla perdita del bambino durante l’intero arco della gravidanza e alla perdita del bambino tra la seconda metà della gravidanza e le prime settimane dopo il parto fino ai 28 giorni di vita – sono però caratterizzati da alcune contraddizioni che ne rendono ancora più delicata, complessa e difficile la comprensione razionale, nonché l’accettazione e l’elaborazione rispetto ad altre forme di lutto.

Banalmente infatti siamo portati ad associare la morte all’anzianità, razionalmente ci risulta più comprensibile, e di conseguenza più accettabile – seppur dolorosa – la morte di una persona di età avanzata rispetto a quella di un bambino, che rappresenta invece la celebrazione della vita per antonomasia. È inoltre una morte che avviene durante la creazione della vita stessa e all’interno del grembo materno, o poco dopo averlo lasciato, grembo che dovrebbe essere generatore di vita, non di morte. È una morte che corrisponde a uno stravolgimento dell’ordine naturale delle cose in quanto è innaturale che un genitore sopravviva al proprio figlio.
È un lutto che, molto spesso nella nostra società, viene misconosciuto: non viene cioè considerato come lutto vero e proprio in quanto il feto non viene riconosciuto come essere umano fatto e finito o in quanto il bambino si ritiene sia venuto al mondo per troppo poco tempo per aver creato un legame così profondo con i genitori come nel caso in cui a morire sia un figlio più grande.

Il mancato riconoscimento e la mancata legittimazione di questa perdita e dei suoi vissuti, implica il rischio che i genitori percepiscano le emozioni esperite come eccessive, spropositate e inadeguate, rinunciando a esprimerle liberamente e ritrovandosi così ancorati alla morte del proprio figlio senza riuscire a progredire nella sua elaborazione e accettazione.

Così non è però. Ciò che si prova in questa situazione è legittimo e normale.

Sappiamo infatti che un figlio è tale molto tempo prima della sua nascita poiché ne assume le sembianze fin da quando i due genitori decidono di metterlo al mondo iniziando a pensarlo, a immaginarlo, ad attribuire lui aspettative e progettualità percependolo come un’entità sempre più presente nelle loro vite via via che si manifesta la presenza fisica nel grembo materno. Il bambino perso dunque, in quanto tale, rappresenta un’improvvisa e traumatica interruzione del percorso genitoriale, una scissione tra la vita prima della perdita e quella successiva, l’impossibilità di portare a termine i progetti previsti, un vuoto fisico e mentale, cui si reagirà con le manifestazioni tipiche di altre forme di lutto.

Ci si potrà sentire tristi e depressi, senza uno scopo; ci si potrà disperare, negare e rifiutare l’idea che il proprio bambino non ci sia più; ci si potrà sentire vuoti e svuotati, sfiniti; si potrà piangere ininterrottamente, o al contrario non riuscire a farlo; ci si potrà sentire oppressi e sopraffatti dal pensiero unico e costante di voler tornare indietro a quando andava tutto bene e si sentivano i delicati calci in grembo; si potrà essere profondamente arrabbiati, con se stessi e gli altri, per non essere stati in grado di impedire questo epilogo; si potrà provare invidia per gli altri genitori; ci si potrà sentire in colpa ritenendosi in qualche modo responsabili della morte del proprio piccolo; si potrà sperimentare la necessità di isolarsi da tutto e tutti per concentrarsi sulla perdita.

Queste emozioni possono essere racchiuse nelle fasi tipiche con cui si reagisce a questo tipo di lutto (Ravaldi, 2008), seppur possano essere sperimentate con un ordine casuale, in sovrapposizione tra loro e con un’intensità soggettiva:
  • Shock:

    le emozioni in un primo momento tendono a essere così forti e intense da rendere difficile capire quello che sta succedendo; ci si sente inglobati da un senso di stordimento e incredulità e si sarà portati a negare quanto accaduto;

  • Realizzazione:

    piano piano si inizia a realizzare ed essere consapevoli della perdita subita, si inizia a provare dolore e spesso un senso di colpa per non essere riusciti a tenere in vita il proprio bambino;

  • Protesta:

    in questo momento ci si oppone con tutte le proprie forze a quanto successo tanto da arrabbiarsi non solo con se stessi ma anche con gli altri cercando di identificare un responsabile;

  • Disorganizzazione:

    subentra poi una profonda tristezza e depressione, il bisogno di isolarsi – anche dal partner – e di evitare tutto ciò che rimandi alla genitorialità;

  • Riorganizzazione e accettazione:

    infine, la sofferenza comincia ad attenuarsi e si sperimenta un senso di nostalgia che si accompagna all’accettazione dell’evento che verrà integrato all’interno della propria storia di vita: la propria vita e la propria identità acquisteranno un significato nuovo in assenza del figlio atteso.

 

Cosa fare allora per affrontare e gestire il lutto perinatale in modo da favorirne l’elaborazione?

  • Essere consapevoli che un lutto perinatale è un evento tanto doloroso da poter destabilizzare gli equilibri familiari ed essere fonte di difficoltà relazionali con il partner; il dolore può infatti rendere il genitore concentrato esclusivamente sul proprio malessere privandolo delle energie per prendersi cura del compagno/a che avrebbe allo stesso tempo bisogno di sostegno e conforto;
  • essere consapevoli e accettare che ognuno reagisce alla perdita in modo unico; le reazioni del partner potranno risultare molto diverse dalle proprie ma che ciò non significa che la sofferenza provata sia inferiore;
  • tenere presente che simbolizzare la perdita attraverso rituali di congedo e di commemorazione può facilitare l’accettazione dell’evento come concreto e reale permettendo allo stesso tempo di fare memoria del proprio bambino e custodirne il ricordo;
  • qualora sia presente un altro figlio, tenere a mente che – per quanto piccolo – è in grado di rendersi conto e comprendere che qualcosa non va e che sta succedendo qualcosa di insolito; la comunicazione sincera di quanto la famiglia sta vivendo, l’esplicitazione delle emozioni provate dai genitori e la partecipazione a eventuali riti commemorativi può essere lui di aiuto a elaborare l’evento e gestire le proprie emozioni;
  • qualora ci si senta sopraffatti dai vissuti sperimentati tanto da riscontrare una compromissione delle altre sfere di vita è importante chiedere aiuto a professionisti esperti il prima possibile.

 

Mama Chat è a vostra disposizione tramite la nostra equipe di psicologhe con cui è possibile affrontare, tramite video-terapie, tematiche inerenti la genitorialità e le relazioni di coppia anche relativamente a un lutto prenatale e perinatale. Non esitate a scriverci per ricevere supporto in quella che è una delle esperienze più tragiche che un genitore è chiamato ad affrontare: sopravvivere al proprio figlio.

Dottoressa Francesca Cavana 

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