Salute Psicologica

Suicidio: come riconoscerlo e a chi rivolgersi

Il comportamento suicidario costituisce un agito comportamentale le cui cause sottostanti sono plurime e complesse. Non necessariamente è correlato a disturbi psichiatrici, anche se questi ultimi rappresentano uno dei principali fattori di rischio.

I fattori di rischio

La letteratura internazionale ha individuato una serie di fattori di rischio relativi al suicidio, la cui conoscenza consente di riconoscerlo preventivamente e di ricorrere a strategie efficaci per ridurlo.

Le persone più a rischio solitamente hanno una storia di pregressi atti autolesivi e familiarità per il suicidio, hanno già commesso tentativi di suicidio (circa il 30-40%), sono state vittime di abusi sessuali o hanno vissuto eventi di vita drammatici e avversi anche recentemente (ad esempio un lutto).

Rispetto alle condizioni cliniche, come già evidenziato, potrebbero manifestare una patologia psichiatrica, quali: depressione, disturbo bipolare, schizofrenia e altri disturbi psicotici, disordini di personalità con comportamento aggressivo o narcisistico, personalità borderline o antisociale, disturbo della condotta e disturbo oppositivo in età evolutiva; abuso/dipendenza da alcol, stupefacenti e/o psicofarmaci, ludopatia; o anche patologie terminali.

A cosa prestare attenzione

È importante prestare attenzione soprattutto ad alcuni segnali comportamentali più sottili, ma comunque decisamente predittivi, tra cui: difficoltà di ragionamento, commenti o battute sul suicidio, assenza di speranza e/o di significato, inutilità, impotenza, disperazione, rabbia, bassa stima di sé, autosvalutazione, catastrofizzazione e/o ipergeneralizzazione degli eventi (avere una visione completamente negativa e catastrofica della propria vita), lettura degli eventi esterni come fatti personali e/o senso di colpa.

Altri segni che risultano osservabili e significativi sono: agitazione, impulsività, ridotta capacità di giudizio, allucinazioni concernenti il suicidio, mancanza di progettualità per il futuro, eccessiva attenzione alla donazione degli organi, eccessivo interesse o disinteresse per la religione o recente cambio di atteggiamento nei suoi confronti, utilizzo incontrollato e smodato di farmaci, pensiero fisso sulla necessità di fare testamento o sistemare i propri affari.

Anche chi ha subito o teme di subire una grave perdita potrebbe essere a rischio, per esempio chi ha ricevuto diagnosi di patologia oncologica, depressione post-partum, chi ha effettuato il passaggio da una terapia curativa a una palliativa, chi ha perso una persona cara, per chi è previsto l’amputazione di un arto o altre prognosi infauste e/o terminali.

Il senso di perdita può essere riferito anche a beni materiali, quali una grave perdita economica o un crac finanziario.

Come intervenire

Laddove la persona cominci ad avere pensieri suicidari o qualcuno di vicino si accorga o sospetti di atteggiamenti o comportamenti a rischio di suicidio, è necessario chiedere aiuto a professionisti della salute mentale, quali psicologi e/o psichiatri.

Qualora non si avessero dei contatti diretti di professionisti o strutture che si occupano di salute mentale, ci si può rivolgere al proprio medico curante che saprà fornire supporto, indirizzando e accompagnando la persona al centro di salute mentale pubblico del proprio territorio o fornendo indicazioni relative a professionisti o centri privati.

In situazioni estreme, quando il gesto si sta ormai per compiere, bisogna chiamare il numero di emergenza nazionale 118 o 112, o se possibile accompagnare la persona al pronto soccorso.

Il sostegno di familiari, amici, adulti di riferimento (insegnanti, coach sportivi, …) e partner è importante, ma non è sufficiente in questi casi, per cui è fondamentale rivolgersi a personale medico o specialistico adeguatamente formato e preparato per interfacciarsi e fornire sostegno psicologico e/o farmacologico in questi casi di condotte suicidarie o di ideazione suicidaria.

Psicologi e psichiatri possono offrire sostegno psicologico e cure farmacologiche alla persona, fornendo una accoglienza e un ascolto autentici, in un clima relazionale empatico e non giudicante, che favorisce la costruzione di una relazione di fiducia, permettendo di affrontare con delicatezza ma apertamente il tema “suicidio”, in modo da riconoscere e dare la giusta attenzione ai pensieri e ai vissuti emotivi di cui è portatrice la persona, senza farla sentire sola e hopeless.

In particolare, lo psichiatra si occupa del trattamento farmacologico, che viene prescritto a seconda della gravità e della valutazione di altre specifiche variabili (ad esempio il tipo di evento scatenante, la presenza o meno di sostegno di familiari o amici). 

Talvolta, infatti, l’intervento di sostegno psicologico viene integrato a quello farmacologico, garantendo una maggiore efficacia, ma non necessariamente, dato che ogni caso è unico e richiede un intervento personalizzato e individualizzato.

In casi gravi, il medico potrebbe valutare il ricovero, quale migliore strumento di prevenzione e tutela della vita della persona.

L’aspetto importante e che può far la differenza è quello di non sentirsi soli e di ricordarsi o ricordare che ci sono persone a cui poter chiedere aiuto e pronte e autenticamente interessate a rispondere a questa richiesta di aiuto, sia in termini di supporto emotivo, come quello che può essere dato da familiari e amici, sia dal punto di vista più specialistico e medico, ossia quello che può essere garantito dai professionisti della salute mentale, che sanno come sostenere e accompagnare la persona in questo momento di profonda sofferenza e lungo il suo percorso di cura. 

 

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